
Una comunicazione che rielabora termini stranieri, gergo informatico e suggestioni rock di Cinzia Fiori
Inutile sclerare (più o meno, da arteriosclerosi, perdere la testa, diventar matti), qualsiasi vocabolo del lessico giovanile decidessimo di usare su questa pagina, diverrebbe obsoleto non appena scritto. È una rincorsa senza fine: quando un termine si presta all'analisi degli adulti, muore nel linguaggio giovanile. È perciò una grossa sfida quella dell'Istituto dell'Enciclopedia italiana, che domani tiene un seminario di studi sulle nuove forme di comunicazione giovanile.
Tanto vale, per ciò, accantonare il lessico per passare alle costanti stilistiche, come farà domani il linguista Lorenzo Coveri: «Una di queste - anticipa - è l'uso delle iperboli: bestiale, allucinante, pazzesco. Cosò come quello delle abbreviazioni, "prof" per professore. E, ancora, le deformazioni: educazione tisica, al posto di educazione fisica. Senza dimenticare i forestierismi e non solo l'inglese. C'è una forte componente ludica, che in Italia passa attraverso uno spagnolo inventato: "cucador" che non esiste nella lingua iberica, diventa un gioco d'ammiccamento, perch&eacuto; echeggia "matador" o "goleador". Questo vale anche per gli altri Paesi. Quasi ci fosse un universale giovanile. I ragazzi russi usano i forestierismi, giocano con iperboli e abbreviazioni, come fanno i nostri». Del resto, globalizzazione significa anche ascoltare la stessa musica, avere gli stessi divi, navigare sugli stessi siti internet. Ma il rapporto con il mercato, che con occhio concupiscente guarda ai giovani, non è passivo come ci si potrebbe aspettare. Loro, inafferrabili, come li descrive il sociologo Massimo Canevacci, sfuggono. «Con un infinito rinnovarsi, minano qualsiasi possibilità di classificazione. Anzi, con il campionamento al computer della musica, dei linguaggi adulti, dei film, della pubblicità, i ragazzi creano un universo beffardo. Con un gioco di citazioni pescate qua e là, ironizzano su quello che i media vorrebbero che loro fossero. All'origine di questo spiazzamento, sta l'esplosione del concetto di identità così come noi lo conosciamo, ossia rimanere uguali in luoghi differenti». Canevacci parla di «multi-identità», di identità che mutano per il gusto di sperimentarsi ogni volta diversi: «Grazie all'attraversamento di svariati gusti e stili, gli adolescenti finiscono per declinare tutti i codici, giustappondendoli in modo spesso incomprensibile per i media. Basti pensare alle serate "toretta": cantano "ufo robot", ci aggiungono estratti di serial televisivi, i jingle pubblicitari, le Hit degli anni '70... Così confondono gli osservatori, che finiscono per considerarli per quello che vedono: dei bambinoni fermi alle siglette». In realtà quella che operano è una continua desemantizzazione. Per dirla con Canevacci: «Una decostruzione deù significati. Tutto ciò che gli osservatori prendono come segno da interpretare, di fatto non è un segno, non rimanda a niente se non al gioco e al prendersi gioco di chi vuole ingabbiarli in analisi o target di mercato».
A dare una collocazione temporale Maria Teresa Torti, anche lei invitata al seminario: «Tutto è incominciato negli anni '80, quando i classici modelli di confronto, come padri-figli, insegnati-studenti, sono definitivamente eplosi, dissolti in una specie di navigazione a vista dove non esiste più un modello egemone con cui misurarsi. Tuffati in una babele di stimoli, gerghi, linguaggi, i ragazzi hanno cambiato i modi di organizzazione del pensiero. Basta aprire la porta delle loro stanze per capirlo: c'è l'Hifi che manda musica, la tv senza volume che trasmette immagini, nel computer un videogioco o un cd-rom educativo, sul tavolo un libro aperto, mentre lui, l'adolescente, è al telefono».
Le conseguenze agli occhi del linguista Raffaele Simone sono disastrose: «Hanno perso il contatto con ogni specificità, il loro linguaggio è generico, mancano, per esempio, di intelaiature cronologiche: per loro è difficile capire che Aristotele non è coevo di Kant, tutto si mischia in una varieti di "oggetti" che semplicemente esistono, quasi autogenerati. Non c'è struttura nelle conoscenze dei ragazzi». Di diversa opinione la Torti: «Se la comunicazione non cambiasse con il mutare del mondo, ci sarebbe da preoccuparsi. Nell'adolescenza, centrale è il ruolo giocato dall'espressività, che non è soltanto verbale: piercing, tatuaggi, la comunicatività corporea della discoteca... Le loro fonti sono numerose, disomogenee, mutevoli: il risultato non può essere che un patchwork, dove non si integra, si assembla, in una codificazione e decodificazione continua». Perciò è tanto difficile parlare dei linguaggi giovanili, a questo punto davvero selvaggi, come recita il titolo dell'incontro di domani. Per tutta consolazione valgano le conclusioni della Torti: «Al bisogno passivo di vedere, ascoltare, tipico delle generazioni precedenti, si è sostituito quello attivo del fare, dello sperimentare. Il 35 per cento dei ragazzi svolge un'attività creativa. Il problema sta nello sguardo di chi li osserva».
* Il seminario: «Linguaggi selvaggi», domani dalle 15.30 all'Alpheus di Roma, via del Commercio 36. Alle 21, un set musicale dei Subsonica. Per informazioni: 06-6898-2331 o 2451